sabato 15 settembre 2012

vasi antropomorfi o teste dei mori

Teste dei mori,o,VASI ANTROPOMORFI .Quante volte guardando un balcone fiorito, magari stracolmo di vasi di terracotta, in dialetto palermitano "graste", si è notato un orcio o più di uno con l'effige maschile che rappresenta la testa di moro e, più delle volte a questo vi è accostata l'immagine femminile. Sono le cosiddette "Teste dei Mori".

Quanti i negozi di ceramica che invitano a comprarli.
Tutti pensano ad una questione ornamentale, una stravaganza di qualche artigiano, certo costano un po' "cari", anche perché un recipiente del genere è particolare, e non tutti sono disporsi ad acquistarlo.

Tra mito e tradizione

In realtà dietro questa guisa di creare codesta forma vi è una piccola storiella: alla Kalsa, il quartiere "musulmano" di Palermo per definizione, nel periodo della dominazione araba appunto, intorno all'anno Mille, in una di queste viuzze strette e maleodoranti (l'araba KASBAH), viveva una bellissima fanciulla dalla pelle rosea, paragonabile ai fiori di pesco al culmine della fioritura con un bel paio d'occhi che sembravano rispecchiare il bellissimo mare del golfo di Palermo.
Segregata in casa, in quanto in quel periodo la condizione femminile vietava alle donne di avere pubbliche relazioni, essa trascorreva le giornate affaccendata alle mansioni casalinghe, tra le sue impegni si divertiva ad applicarsi a curare piante e fiori del suo balcone.
Un giorno si trovò a passare un giovane moro, che vide la bella ragazza attenta ad accudire le sue piante, ne rimase invaghito e decise di volerla per sempre: senza indugio entrò in casa della ragazza e le dichiarò il suo amore.
La fanciulla, colpita da tanto sentimento, ricambiò l'amore del giovane, ma quando seppe che il moro l'avrebbe lasciata per tornare nelle sue terre, dove l'attendeva una moglie e un paio di figli, attese la notte e lo uccise in pieno sonno.
Gli tagliò la testa, ne fece una "grasta" in cui piantò dell'odoroso basilico e lo mise in bella mostra fuori dal balcone.
Il moro, così, non potendo più "partire" rimase per sempre con Lei: la pianta innaffiata ogni mattina con le sue lacrime, crebbe rigoglioso e destò l'invidia degli abitanti del quartiere che, per non essere da meno, si fecero fabbricare dei vasi di terracotta a foggia di "testa di moro".